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La sottovalutata arte del “Peoplewatching”

“La mia casa è dove appendo il cappello” diceva lo spietato, ma a suo modo saggio, bandito Liberty Valance nel capolavoro western di John Ford “L’uomo che uccise Liberty Valance”. “La mia casa è dove poso la pinta” aggiorno io nel 2024, riflettendo su come, quando vada in trasferta in qualche città per piacere o per lavoro, la prima cosa che faccio sia recarmi in un pub (spesso già conosciuto nel corso di precedenti visite) e sedermi in un posto che mi permetta di non dare le spalle all’ingresso e di poter avere la più ampia visione possibile degli avventori. Questa pratica mi è rimasta impressa da quando la metteva in essere nel vecchio West il buon “Wild” Biil Hickok, in quanto temeva di essere colto alla sprovvista da qualcuno dei suoi numerosi nemici. Ed infatti, l’unica volta che non rispettò la sua regola aurea per sedersi ad un tavolo di poker a Deadwood, venne freddato alle spalle mentre aveva in mano due otto neri e due assi neri di fiori e di picche, mano che passò alla storia come quella dell’”uomo morto”.

+ PEOPLEWATCHING – BIRDWATCHING

Io, non temendo così tanto per la mia vita, mi ispiro più umilmente all’uso che ne faceva lo scrittore inglese Charles Dickens: il cosiddetto “Peoplewatching”, pratica che ritengo assai più utile e divertente del celebre “Birdwatching”. Infatti per uno scrittore nulla è più affascinante e misterioso della mente umana e pochi posti sono più utili al tentativo di comprenderla di un locale di bevute, sia esso un pub, un bar o un’osteria. Osservare il più variopinto spaccato umano durante le ore molto spesso successive al lavoro, a mio avviso, è più utile a comprendere la natura dell’uomo di un qualsiasi studio accademico, per non parlare poi dei grossolani tentativi di farlo nei salotti televisivi. Chiacchiere di sport, di politica, di lavoro, di sesso, di relazioni amorose o, semplicemente, di qualsiasi argomento dello scibile, molto spesso sono trattate con arguzia e una sana dose di umorismo.

E se c’è una sitcom che ha capito la magia di tutto ciò è “Cheers” (conosciuta in Italia come “Cin cin”), quasi interamente ambientata in un pub di Boston. Invito i più giovani, che magari ancora non la conoscono, a scoprire un vero inno all’arte sottovaluta del “Peoplewatching”.

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